Gli agromeccanici difendono il suolo agricolo, una risorsa al servizio del Made in Italy

La presentazione dell’annuale rapporto Ispra sul consumo

di suolo ha suscitato un appassionato dibattito fra gli

agromeccanici sugli interessi della categoria in questo

settore.

La riduzione delle superfici coltivabili non sembra infatti conoscere

sosta, danneggiando soprattutto quegli imprenditori

che hanno scelto di non dedicarsi alla conduzione di fondi

rustici. Chi esercita altre attività aggiuntive – come quella

agricola – è assai meno sensibile al cambio di destinazione

dei terreni, perché può spostare sulla coltivazione le risorse

destinate ai servizi per conto terzi.

Del tutto singolare è la reazione manifestata da alcune rappresentanze

sindacali del settore primario, che si sono immediatamente

scagliate sul consumo di suolo, ma non hanno

aperto bocca dinanzi alla tendenza ad investire sì sulle energie

rinnovabili, ma a spese dei terreni coltivabili.

Non c’è dubbio che la cessione dei terreni a società specializzate

nella produzione di energia, sorte per volontà di

investitori estranei all’ambiente rurale, possa fare gola a molti

proprietari terrieri. Tuttavia, l’esperienza ha dimostrato che

dove si smette di fare agricoltura, la terra esce per sempre

dal circuito produttivo, se non altro per il costo per la bonifica

ed il ripristino dell’area, dopo la dismissione delle attività non

agricole.

Un altro motivo non trascurabile risiede nel fatto che un

terreno agricolo è qualcosa di ben diverso da uno incolto: il

primo è come una macchina ferma con il motore al minimo,

mentre il secondo è paragonabile ad un rudere che attende

solo di tornare in fonderia.

Il mondo è pieno di queste aree e se guardiamo le foto satellitari

di qualunque porzione del nostro pianeta possiamo

scoprire ampie superfici che, dopo essere state sottratte

all’agricoltura, entrano in stato di abbandono non appena

cessano le attività che ne avevano preso il posto.

A fare le spese di questa tendenza ormai irreversibile sono sicuramente

le imprese agromeccaniche, che vedono ridursi di

anno in anno le superfici lavorabili. Nelle aree che circondano

i grandi e medi centri urbani, questa riduzione delle occasioni

di lavoro ha portato ad un’evoluzione del tessuto imprenditoriale,

con la riconversione di numerose imprese verso altre

tipologie di servizi, nei confronti dell’edilizia, dell’ambiente,

dei cittadini.

Chi non si è evoluto dinanzi alla cementificazione ha dovuto

chiudere, al punto che la storia del contoterzismo è stata

pesantemente condizionata proprio dalla perdita di suolo

agricolo, a favore di altre destinazioni.

Al di là degli interessi speculativi sull’incremento di valore dei

terreni nel passaggio fra l’uso agricolo e quello produttivo, dovrebbero

però essere gli agricoltori a preoccuparsi per primi.

Il nostro è il Paese delle eccellenze alimentari, ma queste

derivano da prodotti agricoli primari che – secondo un

principio ampiamente condiviso – sono giudicati sani e di

qualità proprio perché coltivati in Italia, dove i controlli sono

accurati e capillari.

L’obbligo di indicare sulle etichette la provenienza delle materie

prime è stato un passo importante per far capire ai

consumatori che il buon cibo è collegato all’origine, tanto

che i prodotti alimentari “100% italiano” hanno conquistato

importanti posizioni sui mercati.

Ora, se però la Sau nazionale continuerà a ridursi, ed una parte

crescente di questa sarà destinata ad impieghi diversi dalla

produzione di alimenti, sarà sempre più difficile tenere in piedi

il legame fra alimenti e territorio, per l’oggettiva insufficienza

delle superfici necessarie.

In questo senso appare del tutto condivisibile la scelta di Coldiretti

di opporsi alla realizzazione di nuovi impianti fotovoltaici

a terra, sottratta così alla sua naturale destinazione agricola.

Una scelta verosimilmente giustificata dal fatto che ogni ettaro

concesso per la realizzazione di questi impianti non sarà

disponibile per la coltivazione per decenni, considerando la

durata media dei pannelli.

I contoterzisti agricoli oltre al danno diretto, determinato dalla

diminuzione del fatturato per lavorazioni che non si faranno

più, sono inevitabilmente destinati a subire gli effetti indiretti

dovuti alla perdita di credibilità dell’intero sistema produttivo

nazionale.

Questo non significa né opporsi al progresso, né condurre

una battaglia di retroguardia contro le energie da fonte rinnovabile,

perché è dimostrato che la trasformazione energetica

più efficiente è quella realizzata dalle piante.

Ed è proprio l’agricoltura, nella sua accezione più completa,

l’attività umana più efficiente sul piano dell’utilizzazione delle

risorse naturali.

• Gianni Dalla Bernardina

Presidente CAI