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Il processo di virtualizzazione dei rapporti e delle informazioni,
avviato ormai da diversi anni e che può dirsi completato
con la diffusione capillare della telefonia digitale, porta il
mondo nelle nostre tasche in tempo reale e presenta un rischio
spesso sottovalutato.
Oggi molte applicazioni sono gestite da sistemi fondati sull’intelligenza
artificiale, che ci inviano notizie non richieste, costruite
appositamente per suscitare il nostro interesse, magari
ricorrendo ad informazioni false che solleticano le nostre paure
più recondite. Quello che un tempo era classificato come giornalismo
di “bassa lega”, pubblicamente condannato, potrebbe
diventare costume. A chi non è capitato di sfiorare lo schermo
e vedere riferimenti a calamità naturali, guerre imminenti o disgrazie
capitate a personaggi famosi, costruite solo per ricevere
attenzione? Le “fake news” che fino a poco tempo fa erano viste
solo come scherzi goliardici, hanno rivelato i loro lati più oscuri,
capaci di condizionare non solo la nostra percezione, ma anche
le nostre scelte e i nostri comportamenti.
Se lo strumento porta ad un risultato, perché non dovrebbe
essere impiegato a scopi commerciali, politici o strategici? In
effetti, anche quando la comunicazione era solo personale e
“fisica”, non erano forse il bisbiglio in un orecchio, la frase lasciata
a metà, il pettegolezzo, a condizionare la nostra coscienza?
L’alfabetizzazione (completatasi negli anni ‘60) ha aumentato
la facilità di comunicazione, ma ha richiesto un linguaggio più
complesso e articolato, così come l’impiego dei mezzi radiotelevisivi,
in epoca più recente.
Ma solo con la diffusione capillare della tecnologia digitale e di
Internet, la velocità di acquisizione delle informazioni, vere o
false, è arrivata a superare la nostra capacità di comprensione
e di discernimento, nel fiume indistinto delle notizie in cui è
sempre più difficile orientarsi. Le imprese, specie se di piccole
dimensioni, sottoposte a questo bombardamento continuo,
possono cedere alla tentazione di fare da sé e di trovare tutto
ciò che pensano che serva a titolo assolutamente gratuito,
banalizzando sia la cultura d’impresa sia gli adempimenti
amministrativi.
Decenni di consapevolezza del proprio ruolo, di associazionismo
attivo e partecipe, di coscienza di categoria rischiano di
vacillare di fronte ad un magma di informazioni che tali non
sono: come per Pinocchio con il gatto e volpe, il messaggio più
sensazionale o assurdo rischia di diventare vero.
Il ruolo assunto dal contoterzismo nelle campagne negli ultimi
decenni evidenzia e conferma che il mercato premia, alla lunga,
valori come serietà, affidabilità, capacità e professionalità; che i
servizi gratuiti o svenduti sono spesso inadeguati, quando non
nascondono interessi in contrasto con quelli che si vantano di
difendere.
Il compito di un sindacato d’impresa non è sostituibile, perché
persegue finalità di carattere collettivo destinate al sostegno di
una categoria o di un gruppo di imprese omogenee, che devono
affrontare problematiche comuni o sostanzialmente simili.
Se la controparte è un soggetto collettivo, come un’altra associazione
di categoria con diversi interessi, il confronto è alla
pari, almeno sul piano della dignità sindacale: il dialogo si rivela
costruttivo anche in presenza di posizioni divergenti, o quando
interessa un numero di aziende relativamente scarso.
La funzione sindacale non rientra nei compiti di uno studio di
consulenza, per quanto prestigioso. Lo stesso vale quando un
gruppo di aziende con interessi omogenei deve chiedere ad
un’amministrazione l’adozione di una certa linea: l’interesse
pubblico assume un valore politico superiore a quello privato.
È tuttavia indispensabile che l’ente associativo sia libero di agire
nell’interesse delle imprese associate: chi, per calcolo economico
o per meno nobili interessi personali, si appoggia ad altre
bandiere, rischia di non raggiungere lo scopo (se va bene) e, di
sicuro, di essere strumentalizzato.
Cai Agromec è nata nel 2017 dalla riunificazione fra le principali
e più prestigiose associazioni nazionali di rappresentanza delle
imprese agromeccaniche: Unima, fondata nel 1947 e cofondatrice
di Confindustria, e Confai, risalente ai primi anni Duemila,
con l’obiettivo comune di rappresentare le imprese associate.
Siamo orgogliosi di essere l’organizzazione di rappresentanza
della categoria agromeccanica più rappresentativa a livello
nazionale in termini di iscritti, di importanza economica e di
copertura del territorio, senza necessità di dipendere da altri, pur
collaborando con tutti gli altri attori della filiera agroalimentare.
Possiamo vantare inoltre l’esistenza di un rapporto partecipativo
e democratico fondato sul coinvolgimento di tutta la
base associativa, sul ricambio generazionale e sul periodico
avvicendamento delle persone e delle cariche sociali, sapendo
che la continuità è importante quanto il rinnovamento.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








