Agromeccanici un porto sicuro in acque agitate

Fra le caratteristiche intrinseche del genere umano ce n’è
una che può essere giudicata positivamente o negativamente
ed è la capacità di dimenticare le esperienze passate:
per ottenere un risultato importante non bisogna che i brutti
ricordi prendano il sopravvento. Questo vale in linea generale,
poiché la capacità di elaborazione della nostra mente non è infinita
e bisogna risparmiare risorse da dedicare alla nostra forza
creativa, per non perdere di vista l’obiettivo.
La filosofia – da Giambattista Vico in poi – aveva indicato gli effetti
che l’oblio produce sulla successione degli eventi: ignorare ciò
che è avvenuto per concentrarsi sul presente porta a ripetere gli
stessi errori. La nostra storia dovrebbe averci abituato alle crisi
ricorrenti di cui l’Italia, più ricca di idee e di cultura che di materie
prime, ha dovuto subire le conseguenze: da quella energetica
degli anni Settanta fino alla più recente guerra fra Russia e Ucraina
e a quella presente fra Israele e Iran, ognuno sostenuto dai suoi
“amici”. Tutti conflitti che hanno in comune diversi elementi, a
partire dal fatto che sono scaturiti da scelte politiche non del
tutto realizzate, con effetti che colpiscono migliaia di innocenti
e la stessa economia mondiale: l’energia che muove il mondo
lo può anche lasciare a piedi, nel senso letterale.
Eppure in Italia abbiamo deciso – tramite referendum, quindi la
respomsabilità è generale – di rinunciare al nucleare, settore di
cui siamo stati protagonisti (dai “ragazzi di Via Panisperna” in poi),
ma con risultati nulli per la nostra sicurezza: i nostri confinanti
hanno costruito centrali vicino a noi, proprio per venderci energia.
Abbiamo voluto rinunciare, per vari motivi, all’acciaio e alla
chimica pesante, per affidarci a partner non sicuri, che alla prima
occasione ci hanno voltato le spalle: gli accordi commerciali si
fondano sulla lealtà, certo, ma anche su un potere contrattuale
che abbiamo perso per strada. Un esempio, per non parlare
sempre del petrolio, è l’urea: a Bruxelles ci dicono che l’urea
inquina, perché rilascia ammoniaca, e noi ci crediamo; ma poi
scopriamo che nel resto del mondo (Europa compresa) è proprio
l’ammoniaca ad essere impiegata come fertilizzante azotato per
il suo minimo costo.
Il ragionamento potrebbe continuare fino a dover ammettere
che nel recente passato sono mancate precise strategie in campo
energetico e nella gestione delle materie prime: una vera cabina
di regia con il potere di decidere a cosa possiamo rinunciare e
cosa invece dobbiamo tenerci ben stretto. Nella recente acquisizione
del principale costruttore nazionale di mezzi pesanti da
parte di investitori esteri il governo è intervenuto, dopo decenni
di dismissioni insensate, per mantenere in Italia una produzione
di veicoli militari che è tuttora uno dei fiori all’occhiello dell’industria
italiana. È solo un esempio di quanto si sarebbe potuto fare
e non si è fatto, che ci ha portato a perdere potere sui mercati
internazionali: dal manifatturiero, alla moda e all’alimentare, settori
trainanti della nostra economia, siamo sempre più dipendenti
dalle importazioni.
Sulla deriva “solare” della nostra agricoltura è provvidenzialmente
intervenuto il ministro, ma in altri comparti delle energie rinnovabili
gli impianti stanno diventando di proprietà di soggetti non
agricoli, con effetti negativi sul potere contrattuale delle imprese
agromeccaniche con cui collaborano. Questa dipendenza da
capitali stranieri rende l’agricoltura italiana sempre meno competitiva:
le politiche per favorire un’agricoltura produttiva, orientata
sul sostegno ai prodotti di punta del “made in Italy”, si scontra con
tanti altri, che limitano, per esempio, la disponibilità dei terreni più
favorevoli. Le politiche per ampliare le dimensioni aziendali (i cui
risultati sono comunque modesti) non sono riuscite a limitare
l’aumento dei valori fondiari e lo stesso mercato degli affitti è
ancora turbato dagli esiti di una Pac non corretta che ha creato
rendite di posizione che “drogano” l’intero settore primario. Tutti
fattori che, uniti all’invecchiamento degli addetti, all’evoluzione
tecnologica e alla necessità di tracciare il processo produttivo
rendono sempre più difficile fare agricoltura secondo gli schemi
tradizionali: in questo senso l’affermazione del contoterzismo
deve essere accettata come un fatto naturale e strutturale, e non
sottilmente ostacolata, come è avvenuto in troppe occasioni da
parte dei decisori politici.
La fornitura di servizi di qualità, a costi certi e reali, consente
all’azienda agricola di mantenersi competitiva: ma se paga 1.000
euro/ha di affitto non ci sono prospettive, neppure se il contoterzista
lavorasse gratis! L’impresa agromeccanica è spesso messa
in difficoltà da posizioni preconcette: fatica a farsi concedere il
gasolio (il cui vantaggio fiscale si trasferisce indirettamente all’agricoltore)
pur dovendolo giustificare con le proprie tasse; non
viene considerata parte integrante dell’agricoltura, pur coprendo
oltre metà della Sau nazionale; non ha un proprio status giuridico,
a differenza degli altri soggetti operanti in agricoltura.
Se riusciremo a vincere questi pregiudizi, non vinceranno solo
gli agromeccanici, ma l’agricoltura tutta.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec