Accordi bilaterali e libero mercato ma con regole precise

L’attuale dibattito politico è dominato da questo
interrogativo e l’agenda dell’Unione europea ne è
talmente pervasa da far temere che l’agricoltura possa
essere sopraffatta dalla tendenza verso l’apertura dei mercati,
senza alcuna difesa per le produzioni locali.
Il vero problema è al di sopra di questa diatriba ed è insito nella
percezione dei cittadini europei su cosa sia realmente quell’Unione
europea che ha riempito le pagine dei giornali e che ci
ha portati molto lontano da quelle che erano, o sembravano,
le premesse. Chi ha creduto nella riproduzione del Paradiso
terrestre, come luogo idilliaco in cui far crescere i propri sogni,
ha dovuto ricredersi dinanzi alla constatazione che anche
nell’Unione ci sono pensieri, interessi, idee in perenne contrasto
fra loro.
Che sia cambiato qualcosa rispetto ai principi fondanti di questo
super-stato, nato dalle rovine della seconda guerra mondiale,
con il proposito di non affidare mai più i suoi destini ai conflitti
armati? Tutto, in realtà, è cambiato: non abbiamo più il mondo
diviso fra due sfere di influenza, ma ripartito in un insieme di
grandi potenze demografiche ed economiche, sia sul piano
della produzione industriale che su quello della sicurezza alimentare.
Come destano sorpresa e ironia le iniziative dell’Europa
contro la produzione di gas serra, dinanzi ai tre quarti della
popolazione mondiale che usa ancora il carbone per produrre
energia elettrica, così ci troviamo oggi a chiederci se gli accordi
di libero scambio abbiano ancora un senso. Non dobbiamo
però dimenticare che la stessa Unione europea, così come la
maggior parte dei suoi componenti è convinta e tenace assertrice
della libera concorrenza: dai titoli dei giornali sembra
invece che si stia per tornare alla chiusura delle frontiere e al
vecchio sistema protezionistico.
Il confronto diventa ancora più acuto se a contrapporsi sono
gli interessi di diverse parti del sistema economico, come si
è potuto vedere in occasione dell’approvazione dell’accordo
UE-Mercosur, che interessa i paesi dell’America Latina. Non è
casuale che l’accordo sia tornato in auge in corrispondenza del
blitz americano in Venezuela: molti stati del Sud America vedono
nell’accordo con l’Europa un affrancamento dalla dipendenza
commerciale con gli Stati Uniti, che però riguarda anche
le economie europee. Nel mondo della produzione industriale
l’accordo commerciale con il Mercosur era stato salutato con
favore, ma tale reazione si contrappone in modo ancora più
netto con il gelo manifestato dalle rappresentanze agricole.
Quelle stesse rappresentanze che hanno portato – cosa inusuale
per le procedure dell’Unione europea – ad un tardivo voto
dell’europarlamento per bloccare l’accordo in extremis.
Se l’industria italiana avrebbe da guadagnare dall’eliminazione
dei dazi alle nostre esportazioni “di punta” come le tecnologie
aerospaziali, gli armamenti, il manifatturiero ed il mercato del
lusso, aprire le porte ai prodotti agricoli del Sud America potrebbe
essere fatale all’agroalimentare italiano.
Ciò che in verità non è dato di comprendere è perché, in un
accordo bilaterale fondato su negoziati in corso da decenni, non
si sia trovato il tempo per salvaguardare le reciproche esigenze
e si sia dovuto ricorrere ad uno strumento come il blocco da
parte del parlamento europeo.
Ma non finisce qui, perché altri negoziati sono in corso, e con
potenze economiche con le quali è meglio trovare un accordo
che una guerra, dall’Australia al Sud Est asiatico. Vogliamo finire
per trovarci impreparati anche in futuro?
L’interrogativo, più profondo e strategico, è un altro: perché il
settore agroalimentare deve fare le spese di programmi e strategie
che riguardano altri comparti produttivi, ed essere sempre
trattato come una merce di scambio per chiudere le trattative?
Viene da chiedersi, per esempio, per quale motivo l’Unione
europea stia conducendo da decenni una lotta spietata per
ridurre la tossicità dei mezzi tecnici impiegati nella difesa delle
colture, al punto che per talune avversità l’agricoltura italiana
ha dovuto gettare la spugna in mancanza di alternative efficaci.
Un programma destinato a fallire, se è vero che i mercati europei
vengono inondati – ma forse è meglio dire invasi – dagli
stessi prodotti agricoli provenienti da Africa, Asia, e Sud America
con standard produttivi che consentono l’uso di pesticidi vietati
da mezzo secolo, come il DDT?
Stiamo davvero rischiando di perdere la nostra agricoltura
senza alcuna contropartita ambientale e sanitaria: per questo
la tendenza montante è quella di pretendere reciprocità nelle
condizioni di produzione, non solo in ambito agronomico, ma
anche ambientale e sociale.
Come agromeccanici riteniamo che gli accordi siano indispensabili,
ma che siano davvero impegnativi e vincolanti per entrambe
le parti, e non si trasformino in un mezzo per svendere
la nostra agricoltura.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec