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Nelle giornate di venerdì 8 e di sabato 9 maggio, nella cornice
di Villa Spalletti a Reggio Emilia si terrà l’ottantesima
assemblea nazionale di CAI Agromec, per celebrare una
storia iniziata nell’immediato dopoguerra, ma con radici ancora
più antiche. È, infatti, negli anni Trenta del secolo scorso che, fra
i provvedimenti adottati per rendere l’Italia indipendente dalle
importazioni di cereali, erano stati introdotti rigidi controlli da
parte dello stato su tutta la filiera produttiva, inclusi i contoterzisti
impegnati nella trebbiatura.
Le imprese del settore, molte delle quali già attive dalla fine dell’Ottocento,
furono obbligate ad iscriversi ai consorzi obbligatori per
la trebbiatura e la sgranatura, istituiti in ogni provincia del regno:
nonostante il divieto di associazione allora vigente, si crearono
indirettamente i primi nuclei associativi fra le imprese. Nell’Italia
liberata, venuti meno i legami con il passato regime, questi gruppi
si costituirono in associazioni e cooperative che poi decisero di
unirsi in un’organizzazione nazionale dei trebbiatori e motoaratori,
poi divenuta Unione nazionale imprese di meccanizzazione
agricola. Non una struttura calata dall’alto, come è avvenuto per
altre associazioni imprenditoriali, ma una costruzione partita
dalle singole imprese, unitesi a livello territoriale e poi costituitesi
in un organismo nazionale, che ha sempre lasciato, nei limiti degli
impegni associativi, piena libertà d’azione ai suoi componenti.
In questo senso la nostra Confederazione supera il concetto di
democrazia, che sta alla base del vivere civile, con quello di partecipazione
e di rappresentatività: il socio agromeccanico non è
un numero ma una persona che pensa, propone e può far valere
il proprio contributo a tutti i livelli. Fino all’arrivo sul mercato delle
mietitrebbiatrici, ogni cantiere di lavoro era composto da una
vera e propria carovana di mezzi – trattore, trebbiatrice, pressa
e carri scorta – al cui servizio lavoravano decine di operai, oltre
agli immancabili manovali per la movimentazione dei prodotti. In
alcuni territori, addirittura, la pressione sociale dovuta alla diffusa
disoccupazione che il lento riavvio della produzione industriale
non riusciva ad assorbire, aveva imposto obblighi minimi di assunzione,
legati alle dimensioni e alla capacità di lavoro delle trebbiatrici.
L’insieme di quelle condizioni comportava un forte carico
di personale, che per le imprese più strutturate superava spesso
le cento unità: una dimensione tipicamente industriale, tanto che
l’Unione nazionale fu tra i soci fondatori di Confindustria (nel 1947),
iniziando un sodalizio associativo che dura tuttora. Del resto, la
gestione dei rapporti fra imprenditori e manodopera richiedeva
un forte impegno sul piano della rappresentanza sindacale, che
agiva da collante fra imprenditori storicamente abituati all’indipendenza
e alla libertà d’impresa: lo spirito d’iniziativa è tipicamente
connaturato con le imprese agromeccaniche.
Nei decenni successivi la devoluzione di compiti e attribuzioni
agli enti locali, in primo luogo le regioni, ha portato a costituire le
federazioni regionali in cui si articola la struttura dell’Organizzazione,
migliorando i rapporti con le amministrazioni ed i rappresentanti
politici sul territorio. Da parte del legislatore si registrava
un aumento di interesse verso il contoterzismo, che negli ultimi
decenni del secolo scorso aveva conquistato un crescente prestigio
nel settore primario: dal ruolo di prestatore di servizi a quello
di consulente, e spesso di decisore, per le scelte aziendali. Con la
cosiddetta “legge di orientamento” e la successiva regolamentazione,
l’attività agromeccanica era stata finalmente identificata e
riconosciuta in agricoltura, anche se restava ancora da decidere
la natura dell’imprenditore che la esercita: un vuoto normativo
che solo ora la politica sta iniziando ad affrontare.
Il dibattito sulla natura dell’agromeccanico ha suscitato nel tempo
discussioni accese a tal punto da creare contrapposizioni che si
sono risolte solo grazie alla decisa volontà delle rappresentanze
sindacali della categoria, che hanno saputo anteporre l’interesse
comune alle convinzioni personali. Un passaggio che ha portato
le due organizzazioni – Unima e Confai – a confluire in una
Confederazione unitaria che rappresenta sia le imprese agromeccaniche
che quelle direttamente impegnate nella produzione primaria,
in una sinergia che rispecchia fedelmente quanto avviene
ogni giorno nelle nostre campagne.
Ma il lavoro da fare è ancora tanto: dopo i numerosi interventi su
scala regionale, che hanno portato varie regioni del Nord e del
Centro Italia ad aprirsi agli albi regionali delle imprese agromeccaniche,
l’accordo sull’albo nazionale deve ancora superare le
diversità di vedute esistenti all’interno della categoria. Ci auguriamo
che il dibattito interno prosegua, cercando ciò che unisce e
modificando ciò che ancora crea motivi di divisione, per superare
gli ultimi ostacoli prima della conclusione dell’iter parlamentare del
disegno di legge, ricordando che la prossima fine della legislatura
potrebbe vanificare l’attuale proposta. Per far questo c’è bisogno
di un richiamo al percorso fatto insieme e all’obbligo morale di
tutelare l’interesse degli agromeccanici, su tutto il territorio nazionale,
che resta la nostra stella polare.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








