Modalità assicurative diverse e innovative contro il climate change

Non è necessario essere dei meteorologi per capire che
i cambiamenti climatici sono un fenomeno in atto particolarmente
preoccupante. Pensiamo all’Africa e al
fenomeno migratorio. Una popolazione in crescita si riversa
dalle campagne alle città e dalle città del continente punta a
raggiungere l’Europa.
Non sono avvezzo ai retroscena e non è mio interesse porre
la questione dei migranti sul piano politico, bensì su un piano
oggettivo, saldamente ispirato ai dati di fatto. Siccità, inondazioni,
impoverimento della fertilità del suolo sono alcuni dei
fattori che inevitabilmente spingono gli spostamenti.
Focalizzando la lente d’ingrandimento in Italia, gli ultimi due
mesi sono stati emblematici del climate change in atto. Maggio
è stato uno dei più freddi degli ultimi 100 anni, giugno uno
dei mesi più caldi dell’ultimo secolo. Situazioni diametralmente
opposte.
Escursioni termiche impazzite, anche alle nostre latitudini,
non rimangono senza conseguenze. Persino la fertilissima
Pianura padana deve fare i conti con scenari quasi del tutto
inediti. Piogge battenti, bombe d’acqua, grandine, trombe d’aria,
siccità. Un turbinio caleidoscopico che impressiona per la
rapidità di susseguirsi inaspettatamente.
Le conseguenze non minacciano, come dicevo, solamente le
imprese agricole. Se gli agricoltori devono fare i conti con la
perdita di prodotto, le minori rese per ettaro, il calo della qualità,
le mancate allegagioni, gli stress idrici, l’asfissia radicale,
le ammaccature, gli allettamenti, le malattie fungine – tanto
per citare un mini campionario degli effetti – anche le imprese
agromeccaniche rimangono vittime, seppure indirette, dei
cambiamenti climatici.
Un campo di mais distrutto non sarà raccolto, così come un
appezzamento di pomodori o ettari di frumento coricati dal
vento fino alla perdita del prodotto o alla sua impossibilità di
raccogliere qualcosa di utile.
Che fare? Esistono le assicurazioni contro la grandine, oggi le
multirischio e le pluririschio. Ma siamo sicuri che siano sufficienti?
Chi aiuta un’impresa agromeccanica che ha perso il
lavoro o se lo vede ridurre per cause di forza maggiore del
30%, del 50% o addirittura del 100 per cento? Forse è giunto
il momento di cambiare la prospettiva di osservazione e ragionare
su modalità assicurative differenti, legate magari sulla
perdita di redditività. Prevedere indennizzi per i soggetti che
non possono assicurarsi. Studiare formule risarcitorie e di gestione
degli imprevisti in maniera diversa rispetto a quanto

fatto finora, perché ci troviamo di fronte a una vera e propria
emergenza.
Il fatto che la questione sia particolarmente seria si evince da
un lungo articolo che il New York Times ha dedicato proprio
ai cambiamenti climatici, agli effetti sull’agricoltura e al ruolo
degli agricoltori.
Le imprese di meccanizzazione agricola sono in prima linea,
a livello operativo, contro la tropicalizzazione del clima, cercando
attraverso la tecnologia di limitare i danni di fattori congiunti
come le alte temperature e i tassi di umidità schizzati
verso l’alto. Non ci limitiamo soltanto a operare al ripristino dei
terreni allagati o a nuove semine, quando necessario.
Le nuove tecnologie e le tecniche colturali che si stanno –
purtroppo lentamente – diffondendo, dalla semina su sodo
alla minima lavorazione, permettono di operare in meno tempo,
proteggendo la fertilità del suolo, esposto a minori passaggi
in campo, con effetti positivi anche sull’ambiente e sulle
emissioni. Non è facile convincere gli agricoltori, ancora troppo
legati all’aratro, come ha ricordato su Terra e Vita il professor
Angelo Frascarelli.
La sostenibilità non aspetta i ritardatari. Se ne sta dibattendo
ormai diffusamente a livello accademico, scientifico, persino
pratico. Ecco: ricorrere alle imprese agromeccaniche sta diventando
sempre di più, con riferimento alla sostenibilità ambientale,
economica e sociale, una questione etica.
Sono rimasto particolarmente colpito dall’analisi di Assalzoo,
l’Associazione nazionale tra i produttori di alimenti zootecnici,
secondo la quale l’importazione di materie prime alimentari
provenienti dall’estero ha raggiunto la soglia di allarme. L’economia
agricola italiana copre solo il 40,8% del fabbisogno,
mentre il restante 59,2% è costituito da materie prime di importazione,
con un andamento crescente negli ultimi anni.
Sul piano sindacale, Cai ha sottoscritto recentemente un accordo
con Maschio Gaspardo, azienda che ha mostrato in più
occasioni la volontà di dialogare proficuamente con la nostra
Confederazione. Siamo fiduciosi che insieme potremo affrontare
la sfida dell’innovazione con maggiore slancio.
Auguri e buon lavoro agli eletti al Parlamento europeo. Ci
aspetta la riforma della Pac da discutere ed è giunto il momento,
se vogliamo superare le sfide che attendono il settore
primario negli anni a venire, di coinvolgere massicciamente
le imprese agromeccaniche italiane ed europee. Il progresso,
inutile negarlo, passa da noi.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI