Pubblicato

Nell’era dell’informazione le persone sono investite da
una serie di stimoli, visivi, sensoriali e informativi che
possono confondere: l’acquisizione di un’immagine
o di un’idea viene prima della sua reale comprensione, tanto
da indurci a cercare analogie che non esistono nella realtà.
Siamo infatti obbligati a rispondere velocemente, più che
ad analizzare e pensare, nel timore di essere giudicati poco
brillanti o poco sensibili agli stimoli.
Un fenomeno che si verifica spesso anche nella vita professionale:
più ci si specializza in un qualche settore, più
diventa necessario semplificare tutto il resto, per liberare
memoria ed energie all’argomento o alla materia a cui siamo
più interessati.
La stessa cosa capita con il linguaggio, perché è facile unificare
più concetti simili in un’unica parola, che si ritiene (o
conviene ritenere) comprensiva di tutti i significati: è così
che un vocabolo tecnico, come “contoterzista”, può riferirsi
a contesti assai diversi, se non viene ricondotto ad uno in
particolare.
Noi siamo abituati a pensare al contoterzista che fornisce
servizi agromeccanici, ma nell’ambito agricolo esistono
tanti altri soggetti che svolgono servizi per conto terzi, dalla
gestione di singole fasi colturali alla vinificazione, dalla prima
lavorazione al confezionamento o alla trasformazione.
Se poi ci si mette anche il legislatore, la confusione è assicurata,
come dimostra la nuova classificazione Ateco, che
divide le innumerevoli attività di servizi con macchine agricole
in soli tre gruppi: le sole lavorazioni al terreno, la difesa
fitosanitaria e...tutto il resto.
Una suddivisione incomprensibile e ingiustificabile: su 100
codici numerici disponibili nella numerazione a coppie di
due cifre, il fatto di usarne solo tre lascia perplessi, anche
perché nel codice previsto per gli “altri” si colloca il 99% delle
imprese.
Il concetto di attività residuale comprende sia gli agromeccamici
di cui all’art. 5 del decreto n. 99/2004, sia altri soggetti
che lavorano ai limiti della legalità e che trovano conveniente
mescolarsi con chi lavora alla luce del sole.
Un artificio che ha realmente portato dei vantaggi alle imprese
che offrono servizi in prevalenza manuali, in condizioni
pericolosamente vicine all’intermediazione di manodopera:
dismesso l’abito dei “caporali”, si fregiano ora del più rassicurante
“servizi alla produzione vegetale”.
Una trasformazione che ha trovato conforto in una legge
– approvata nel 2024 – che mette sullo stesso piano sia le
“squadre” di appaltatori di manodopera che lavorano sotto
costo, sia le imprese agromeccaniche che impiegano macchine
d’avanguardia condotte da operai altamente specializzati.
Ma non solo da parte del legislatore, perchè in taluni casi –
per fortuna isolati – sono caduti nella stessa trappola anche
docenti universitari ed esponenti sindacali, per non parlare
di organi di stampa che si occupano anche di agricoltura.
Non si vuole in alcun modo buttare la croce addosso a chi,
incolpevolmente, si è lasciato andare al perverso meccanismo
mentale della semplificazione e dell’analogia, ma bensì
ricordare come il fenomeno descritto può colpire chiunque,
anche i cosiddetti “addetti ai lavori”.
Non c’è dubbio però che bisogna avviare una seria riflessione,
con tutti i soggetti coinvolti o che possono esserlo,
sull’uso corretto dei termini che, se troppo generici, possono
indurre in errore.
E bisogna pure agire sull’informazione, senza stancarsi mai
di ripetere chi sono gli agromeccanici, cosa fanno, come
lavorano e come sono considerati nel contesto in cui si
muovono: non operatori improvvisati, non intermediari di
rapina, non soggetti che vivono di espedienti.
Prima ancora di decidere dove vogliamo andare, anche se
in realtà la strada è gia stata tracciata ed è stato avviato il
processo legislativo che dovrà definire l’inquadramento
degli agromeccanici, completando il discorso già introdotto
dal decreto 99 del 2004, dobbiamo assicurarci di poter essere
immediatamente riconoscibili da tutti coloro con cui ci
rapportiamo.
Gli equivoci non nascono a caso e neppure il sistema scolastico
è esente da colpe: a parte l’incongrua abolizione
dell’insegnamento delle materie legate alla meccanizzazione,
avvenuto ormai da decenni, neppure ora esistono nei
programmi ministeriali riferimenti all’impresa agromeccanica.
Non possiamo ambire ad essere riconosciuti se non
siamo sicuri di come ci vedono gli altri.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








