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Il recente discorso sullo stato dell’Unione europea, presentato
nei giorni scorsi dalla presidente Ursula Von Der Leyen, ci
offre lo spunto per svolgere alcune considerazioni sulle strategie
che stanno alla base delle politiche comunitarie e su cosa
ne pensa il mondo agricolo.
Partendo dagli effetti mediatici, si deve osservare che sarebbe
stato logico attendersi una levata di scudi che invece non c’è
stata, almeno nel nostro Paese, mentre la scena sembra dominata
più dalle preoccupazioni, dalle iniziative e dalle attività di
portata locale. È interessante sapere che viene istituita qualche
nuova denominazione di origine – l’Italia è la nazione che ne ha
di più – e la notizia sicuramente premia chi si è impegnato per
anni per ottenerla, ma la scarsità di reazioni rispetto a qualcosa
che ci condiziona tutti è disarmante. La cosa ricorda il celebre
paradosso della festa da ballo sulla nave che affonda, a dimostrazione
del fatto che le grandi scelte strategiche sono oggetto
di giudizio – positivo o negativo – solo per gli effetti diretti che
hanno sulla nostra quotidianità e individualità.
Questo ingenera un certo disinteresse, giustificato dalla nostra
abitudine di giudicare le scelte anche nella fase finale della loro
attuazione dalla disponibilità a correggerle: ma nella mentalità
che ispira la politica dell’Unione, l’idea di tornare sui propri passi
appare inconcepibile. Dovremmo invece essere attivi e propositivi
proprio in questa fase, per non trovarci scoperti quando dovremo
trovarci dinanzi a decisioni già prese e che non potranno
essere modificate: oltre a non dover fare la figura dei “soliti italiani”
vorremmo contare di più nella fase decisionale.
Non è quindi conveniente sottovalutare il discorso della presidente
Von Der Leyen, considerarlo come un atto di circostanza o,
peggio ancora, come un “libro dei sogni”, perché ogni argomento
trattato è saldamente connesso alle attività già svolte e a quelle
programmate.
Tralasciamo la politica internazionale, su cui non possiamo
esprimere giudizi diversi da quelli sugli effetti indotti sui mercati
agricoli: il sostegno all’Ucraina ha favorito massicce importazioni
di cereali (a dazio zero) che hanno messo in ginocchio i
produttori agricoli europei. L’ago della bussola rimane sempre
quello della transizione ambientale: da qualche anno se ne parla
un po’ meno, ma la strategia è ancora quella e gli unici effetti
importanti si sono visti sulla vita quotidiana dei cittadini europei
(sempre più poveri) ma, a quanto risulta dai report internazionali,
non sull’ambiente. Eppure è il tema dominante e prescinde completamente
dall’entità dei costi sostenuti per ottenere un risultato
complessivamente marginale su scala planetaria: se l’obiettivo
era quello di impoverire l’Europa a vantaggio di altri continenti
possiamo dire di essere sulla buona strada, anche se potremmo
non essere d’accordo.
Altro tema dominante è quello dei dazi imposti dagli Stati Uniti,
che se è vero che colpiscono 500 miliardi di esportazioni europee,
potrebbero costarci molto di più per gli effetti psicologici
indotti: non esportiamo solo champagne e vini di pregio, ma
anche tanti altri prodotti che potrebbero trovare nuovi sbocchi
altrove. Non dobbiamo dimenticare che i dazi sono stabiliti dalla
politica, che è per sua natura temporanea, essendo limitata –
fuorché nei regimi autoritari – dalla durata dei governi e possono
pertanto variare nel tempo. Programmi come il Green Deal e la
transizione verso l’elettrico, che incidono sulla programmazione
di lungo termine per riconvertire il tessuto produttivo, sono assai
rigidi perché legati agli investimenti: non è facile tornare indietro,
anche a prezzo di pesanti sacrifici economici per le aziende e
per i cittadini.
L’agricoltura resta confinata nell’idea riduttiva che ne aveva l’ex
commissario Frans Timmermans, di attività finalizzata più ad
esigenze ambientali che produttive, e quest’impostazione è ancora
percepibile, a distanza di anni, nel discorso di Ursula Von Der
Leyen: la politica ha poteri limitati contro la forza degli apparati.
Di questo passo il settore primario assume un ruolo subalterno
rispetto ad altre attività, dal commercio alla trasformazione, fino
a diventare una merce di scambio sul tavolo delle trattative internazionali.
Si continua a guardare alla Pac come ad uno strumento
di indirizzo in tal senso, benché gli impegni siano insostenibili in
termini di contributi diretti, apportando solo piccole correzioni
ad un impianto procedurale elefantiaco che nessuno, a Bruxelles,
sembra voler semplificare nella sostanza.
Si continua altresì, a quasi settant’anni dal Trattato di Roma, a
considerare l’impresa agricola come un feudo in cui si inizia e si
completa tutto il ciclo produttivo: una visione antiquata che prescinde
dall’evoluzione del sistema produttivo, sempre più integrato
da varie figure, di cui il contoterzista è quella più significativa.
Senza gli agromeccanici, che costituiscono uno dei soggetti-
chiave del processo produttivo, anche una leva finanziaria
come la Pac farà sempre più fatica a rendere di nuovo strategica
l’agricoltura europea.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








