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Archiviata con soddisfazione la settantanovesima assemblea
della Confederazione, tenutasi a Bergamo nei giorni 9 e 10
maggio, mi preme evidenziare alcuni dei numerosi spunti
che ne sono scaturiti e che dovranno creare le basi per guidare
l’azione della Confederazione nei prossimi anni.
Dobbiamo premettere che viviamo in un momento storico dominato
da innumerevoli eventi, nei quali la comunicazione “a prescindere”
rischia di prendere il sopravvento sui contenuti, determinando un
flusso di notizie uniforme e monotono che porta ad ignorare e
trascurare anche le idee più importanti e innovative.
In questo senso rivendico con forza la linea di comportamento di
Cai Agromec, che quando organizza gli incontri con i soci – tra cui
l’assemblea generale è il momento più alto e nobile – lo fa anche
per raccogliere idee e proposte, più che per comunicare le scelte
di vertice o per scopi celebrativi. Bisogna aggiungere che, oltre al
contributo positivo degli associati, molte informazioni e suggerimenti
sono venuti dalla tavola rotonda della sessione pubblica,
che ha visto la partecipazione di docenti universitari e di studiosi di
altissimo livello che, incalzati da un acuto moderatore, hanno potuto
dare il meglio di sé.
Su tutto aleggia il cambiamento dell’economia a livello globale e lo
spostamento degli equilibri dalle aree egemoni del secolo scorso a
quelle dove la pressione demografica sta portando la maggior parte
della produzione, agricola e manifatturiera, con un crescente valore
tecnologico e strategico. In questo quadro l’agricoltura europea, e
in particolare quella italiana, devono cambiare anch’esse: i listini dei
prodotti agricoli sono da decenni praticamente costanti, mentre i
costi di produzione sono aumentati in misura esponenziale, portando
la soglia economica all’ordine delle centinaia di migliaia di euro.
Una dimensione aziendale che, mi sento di aggiungere, identifica le
imprese che sempre più spesso sono gestite dagli agromeccanici,
con varie forme di conduzione associata e di compartecipazione.
Al di sotto di questa dimensione, che interessa attualmente poche
decine di migliaia di imprese – come risulta dall’ultimo censimento
– non solo non si riesce a fare innovazione per mancanza di mezzi
economici e finanziari, ma anche a produrre utili, se venisse a mancare
il supporto degli agromeccanici. É bene notare che l’esistenza
dei servizi alla produzione vegetale (e non solo) consente alle piccole
e medie aziende che non hanno completato il processo di crescita
dimensionale, di usufruire dei fattori indispensabili alla produzione,
che non sono, o non sono più, solo le macchine. L’Italia si caratterizza
infatti per una diffusa motorizzazione, con una potenza media per
ettaro elevata, ma determinata da macchine che, in conseguenza
dell’uso minimo, hanno un’età media elevata e sono in gran parte
obsolete: l’impiego di tecnologie superate non ha certo giovato alla
formazione di chi le deve usare.
Mancano oggi all’agricoltura italiana non solo i capitali, ma anche le
conoscenze, due fattori di produzione strettamente interconnessi,
così come scarseggia la manodopera qualificata quando l’attività
non garantisce quella continuità e costanza di rapporti sempre più
richiesta dal mondo del lavoro. Resta quindi fondamentale il ruolo
delle imprese agromeccaniche, che in virtù di una diversa e più
strutturata organizzazione del lavoro e della formazione possono
creare interesse nei giovani: ma anch’esse devono agire in favore del
cambiamento, utilizzando l’immenso potere, da tutti riconosciuto,
della raccolta dei dati.
Proprio i dati – che raccogliamo, ordiniamo e conserviamo – sono
e saranno sempre più importanti e necessari: la produzione per
l’ammasso è destinata a diventare sempre meno redditizia (ammesso
che lo sia ancora), perché altri paesi riescono a fornire una
produzione indifferenziata a costi inferiori ai nostri. Ma ancora per
poco, perché la tecnologia si diffonde orizzontalmente e già oggi ci
sono paesi emergenti in cui i dati vengono raccolti ed impiegati per
la tracciabilità, quando dovremmo essere proprio noi, che per primi
abbiamo saputo legare la qualità al territorio, a tracciare l’origine e la
produzione del “made in Italy”.
Le politiche agricole comunitarie hanno finora ignorato il ruolo
degli agromeccanici e di tutti coloro che lavorano per un’agricoltura
moderna e integrata nel territorio rurale: confidiamo che il mutato
clima politico porti ad un salutare ripensamento sulla funzione
strategica dell’autosufficienza alimentare. Per decenni l’Unione
europea sembra avere lavorato più per accompagnare l’agricoltura
verso la dismissione, e le politiche per la rinaturalizzazione delle
aree agricole ne sono state un esempio evidente e inquietante,
che ha mostrato come la svolta “verde” sia stata impostata su basi
puramente ideologiche.
Bisogna riportare la pianificazione su basi scientifiche: i cambiamenti
climatici sono un dato di fatto che deve essere contrastato con gli
strumenti della scienza, della tecnologia, delle capacità professionali
e della volontà di chi vive ogni giorno di agricoltura. In questo senso
vanno gli sforzi e le azioni che stiamo conducendo perché la legge
riconosca e valorizzi l’attività agromeccanica, in un processo di
crescita e di sviluppo che ci riguarda tutti, nessuno escluso.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








