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La storia del genere umano mostra una congenita tendenza
a risolvere le difficoltà trovando nuove soluzioni, magari
simili a quelle già adottate nel passato, in un processo continuo
che domina la nostra vita, dalla più semplice dimensione
individuale a quella collettiva e, talvolta, planetaria. L’elemento
scatenante resta il soddisfacimento dei nostri bisogni, che si
annullano e si creano con lo stesso procedere della vita: gli istinti
egoistici sono regolati e mitigati dalla convivenza e dal confronto
che riduce le fasi improduttive dei contrasti ed i conflitti, che
sottraggono tempo e risorse al progresso della civiltà.
Sono trascorsi appena 10 anni da Expo 2015, un evento che
avrebbe dovuto celebrare il trionfo di una nuova visione del
mondo, fondata sulla liberalizzazione degli scambi fra persone,
popoli e le loro aggregazioni. La globalizzazione “buona” creata
per soddisfare i bisogni, per dare a tutti le stesse condizioni di
pace, lavoro e benessere, attraverso la mitigazione degli egoismi
più estremi, in questo decennio ha dimostrato che senza una
sorveglianza continua da parte della politica non è pienamente
realizzabile. I conflitti regionali non risolti o ignorati, che si sviluppavano
sotto traccia in varie parti del mondo – Ucraina, Palestina,
Siria – sono regolarmente esplosi in tutta la loro violenza: se il
principale obiettivo di Expo 2015 era quello di nutrire il mondo,
anche in senso figurato, possiamo dire che non è stato raggiunto.
Il mercato globale, senza regole ferree, è spietato quanto le forze
della natura: chi è afflitto da fame, povertà o malattie, non può attendere
quanto gli viene promesso, ma vuole risposte immediate.
I vantaggi della libera circolazione delle merci sono facilmente
accettati dalle economie forti e competitive: se i prodotti (fisici e
culturali) si vendono bene, le importazioni non preoccupano, ma
quando il ricorso al lavoro altrui supera una certa soglia, anche i
sistemi più solidi si scoprono improvvisamente vulnerabili.
In Europa e in Italia abbiamo raggiunto questa consapevolezza
con la crisi seguita alla pandemia: la chiusura di alcuni canali
di fornitura ci ha messo in difficoltà proprio nei settori nei quali
l’organizzazione mondiale del commercio – qualche decennio
fa – ci aveva accusati di finanziare e produrre eccedenze. Con
la temporanea ripresa dalla pandemia, l’esplosione dei conflitti
regionali e le limitazioni al trasporto marittimo e agli scambi
commerciali, abbiamo toccato con mano quanto fosse debole
il mercato globale.
Ci si è chiesto, di fronte a queste difficoltà, se gli Stati abbiano il diritto
di mantenere un controllo rigido sulle produzioni strategiche,
dalle materie prime al settore manifatturiero: un dibattito dominato
sempre più dalla paura e dall’insicurezza, che ha condotto
ad una nuova “guerra dei dazi”. Ma, come ben sanno i marinai,
non si può spingere una fune: ormai il liberalismo economico
si è talmente integrato nel sistema, che dazi e tariffe possono
influenzare, ma non cambiare il mercato. Resta il fatto che le
perturbazioni economiche e finanziarie non aiutano le politiche
“virtuose”, ma solo quelle emergenziali, sia a livello globale che
all’interno della nostra piccola Italia.
Il nostro Paese non conta tanto per le dimensioni – a livello planetario
siamo ben poca cosa – ma per il ruolo che gioca sul piano
dell’alimentazione, dello stile di vita, del turismo, della cultura,
della moda e del settore manifatturiero, con prodotti di eccellenza
che il mondo ci invidia e cerca in ogni modo di copiarci.
Solo per restare nel settore agricolo, che traina un indotto che
tocca diverse delle eccellenze citate, il primo obiettivo è quello
di costruire un avvenire appetibile per i giovani: è difficile pensare
al futuro senza di loro. Col pragmatismo che ci caratterizza
come agromeccanici dobbiamo considerare che è solo grazie
al contoterzismo che in Italia si può ancora fare agricoltura, perché
è il nostro servizio, qualificato e professionale, a consentire
agli agricoltori, anche su piccola scala, di rimanere sul mercato.
Quest’azione può essere ulteriormente sviluppata solo attraverso
un processo di valorizzazione che, senza tagliare le gambe a
nessuno, porti alla qualificazione dell’attività agromeccanica ed
alla sua crescita, al fine di liberare l’agricoltore da alcuni dei vincoli
che più ne limitano la competitività. Le macchine attuali, e ancor
più quelle che si stanno affacciando sulla scena, richiedono
operatori qualificati e predisposti all’innovazione, le cui capacità
devono essere impiegate su grandi estensioni, realizzando un
valore aggiunto che può sostenere retribuzioni proporzionate
alla professionalità. Ma per fare questo abbiamo bisogno di aiuto:
il disegno di legge per valorizzare l’attività agromeccanica entra
nei prossimi giorni nella sua fase decisiva, dopo avere superato
l’esame di quasi tutte le commissioni parlamentari, ed il lavoro
della politica deve essere sostenuto da tutti noi, a tutti i livelli.
Dobbiamo evitare, in particolare, che il dibattito interno su cosa
fare “dopo” possa inquinare e limitare il conseguimento di un
risultato che stiamo perseguendo da decenni: intanto cerchiamo
di arrivare al traguardo dell’istuzione dell’albo nazionale, poi
avremo tutto il tempo di ragionare sulle regole applicative.
Albo nazionale,
bisogna essere realisti
in un periodo imprevedibile
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








