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Il contoterzismo agricolo ha iniziato a conquistare visibilità
mediatica soltanto a partire dall’ultimo decennio del secolo
scorso, dopo che per lungo tempo era stato ignorato
perchè ritenuto solo un “male necessario” da eminenti studiosi
di economia agraria. Un’impostazione che derivava da una
visione sorpassata di un mondo in cui la stratificazione sociale,
che ancora teneva banco nella politica, si estendeva alle attività
economiche: produzione di materie prime, trasformazione in
prodotti e manufatti, trasporti e commercializzazione. Questa
visione, largamente superata, considerava l’azienda agricola
come un feudo chiuso, al cui interno doveva svilupparsi l’intero
ciclo di produzione, secondo un modello atavico e immutabile.
Il censimento del 1991 rivelò che questo mondo non esisteva
più e che l’agricoltura era profondamente cambiata, ancor prima
della riforma delle politiche comunitarie che non avevano considerato
i fenomeni che si stavano verificando.
30 anni di Pac hanno cambiato, si dice, il settore primario: ma,
più precisamente, possiamo affermare che hanno inciso sui
tempi di un cambiamento che stava già avvenendo e che non
si poteva più fermare. Se il primo desiderio di ogni agricoltore
è, correttamente, quello di ampliare la dimensione aziendale
per poter realizzare un fatturato tale da consentire di investire,
permane ancora – nella politica in primis – la convinzione che
gli investimenti debbano servire solo a rendere l’azienda meno
dipendente dal sistema. Una visione che ricalca le ideologie,
superate dalla storia e dal mercato, di una struttura chiusa che fa
tutto da sé: la terziarizzazione della produzione, con un insieme
di soggetti che concorrono, concordemente, alla realizzazione
del prodotto finale, ha da tempo conquistato i mercati e non si
torna più indietro.
A dispetto delle ingenti risorse investite nelle politiche di sviluppo
rurale, l’agricoltura italiana mostra un incomprensibile regresso,
continuando a perdere posizioni nella classifica europea degli
esportatori netti. È possibile che questa involuzione sia dovuta
a impiego poco razionale delle risorse? Sicuramente ogni stato
membro ha adottato le misure più consone allo sviluppo del
proprio sistema agricolo, secondo un modello che ha privilegiato
l’interesse comune, rispetto a una semplice distribuzione di fondi,
impostata su criteri egualitari. Chi accusa la politica agricola italiana
di clientelismo non sa di cosa parla: l’Italia è molto diversa,
per le sue condizioni geografiche e orografiche, dalla maggior
parte degli altri stati, oltre a essere partita da una situazione sociale
complessa, con un elevato numero di agricoltori, piccoli o
piccolissimi. È comprensibile che le risorse comunitarie siano
servite, oltre che per sostenere lo sviluppo, per consentire un
ridimensionamento numerico socialmente accettabile e che
non aggiungesse nuovi elementi di instabilità. Un ruolo, detto per
inciso, in cui si sono distinte le stesse imprese agromeccaniche,
che hanno consentito un graduale passaggio della conduzione
agricola verso formule non speculative: in altri paesi questo
processo ha favorito l’ingresso di capitali stranieri e la perdita
dell’identità nazionale.
Ma il contoterzismo non svolge solo una funzione strumentale
rispetto ai bisogni di meccanizzazione delle aziende agricole che,
per insufficienti dimensioni e capacità finanziaria, non possono
attrezzarsi in proprio. Questa impostazione, che ricalca concetti
sorpassati e di natura squisitamente quantitativa, non tiene conto
infatti di un’altra funzione, che agisce sul processo produttivo in
senso qualitativo: l’agromeccanico non apporta soltanto potenza
in senso fisico, ma anche conoscenza, capitali e tecnologie.
L’agricoltura italiana, a dispetto della sua estrema frammentazione,
ha potuto uniformarsi al livello tecnico tipico di altri contesti,
europei e extra europei, solo grazie alla capacità di unificazione
e razionalizzazione delle risorse assicurata dagli agromeccanici.
Una dote imprenditoriale non sempre riconosciuta, che riesce a
far collimare i tempi di esecuzione con le finestre temporali sempre
più ristrette, determinate da un clima in rapida evoluzione, su
una miriade di aziende e di appezzamenti, spesso distanti fa loro,
nel rispetto della scienza agronomica e ambientale.
In questo momento storico, in cui appare indispensabile garantire
la tenuta della produzione in modo sostenibile, le imprese
agromeccaniche rivestono un’importanza fondamentale, che
sta iniziando a godere di un fattivo riconoscimento da parte della
politica, in ambito nazionale e regionale. Ma ci vuole un salto di
qualità, oltre che di livello: gli strumenti finanziari per lo sviluppo
rurale, senza ridurre in misura apprezzabile i fondi destinati alle
aziende agricole, potrebbero destinare parte delle risorse al finanziamento
di programmi di innovazione su scala comprensoriale,
rivolti agli agromeccanici. La destinazione di una piccola quota
dei fondi comunitari, grazie all’effetto moltiplicatore determinato
dalla gestione interaziendale, potrebbe incrementarne il rendimento
effettivo rispetto al contributo individuale: è su questa
ipotesi che dovremo lavorare nel prossimo futuro.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








