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La recente edizione di Eima International ha battuto tutti
record di presenze, con quasi 347.000 visitatori, nonostante
il clima, che ha prolungato di oltre un mese le
operazioni di raccolta, preparazione e semina e ha costretto
numerose aziende a disertare la manifestazione per riuscire a
rispettare i calendari di lavorazione.
Un’esposizione di livello mondiale dovrebbe attirare i contoterzisti
come una calamita, ma il senso del dovere di questa
particolare categoria di imprenditori ha prevalso sulle considerazioni
pratiche o sugli interessi personali: quando si deve
lavorare, si lavora, il servizio agli agricoltori viene prima di tutto
il resto. Questo atteggiamento è alquanto diverso da quello di
chi lavora in proprio, che può scegliere di lasciare temporaneamente
la sua occupazione per manifestare le sue opinioni,
difendere i suoi diritti o anche solo fare pausa, perché sa che
c’è qualcuno che lo assiste e che lo può sostituire.
Lo spirito di servizio che contraddistingue chi opera per conto
terzi, insieme al senso di responsabilità derivante dagli impegni
contrattualmente assunti, rafforza quel legame atavico che
unisce l’uomo alla terra, propria o altrui, con un’intensità tale
da superare qualsiasi altra motivazione. Se le mobilitazioni degli
agricoltori mostrano una partecipazione massiccia, in qualunque
periodo dell’anno, è anche perché c’è qualcuno che,
in caso di bisogno, può prendere il loro posto in campagna.
Un discorso che si può ampliare a ogni necessità dell’agricoltura
e che è alla radice di una nuova tendenza che sta condizionando
in parte il mercato delle macchine, insieme a un
aumento dimensionale delle aziende agricole che va ben oltre
le rilevazioni statistiche.
Con qualche eccezione per le colture specializzate – dove
“piccolo” è ancora un sinonimo di qualità – per i seminativi e le
colture di pieno campo l’azienda media tende ad ampliarsi, non
solo nel senso inteso fino a qualche anno fa, quando una certa
estensione consentiva ancora di meccanizzarsi in proprio.
Per gestire da sé tutta la meccanizzazione sarebbero necessarie
svariate migliaia di ettari, una dimensione aziendale simile
a quelle riscontrabili nell’agricoltura globale e su cui vengono
dimensionate le macchine agricole di ultima generazione.
Ma in Italia le aziende di tale entità sono pochissime e sono
condotte da manager di alto livello che seguono criteri di razionalità:
non è utile dotarsi di un parco macchine ridondante,
se poi non si dispone di personale specializzato e di professionalità
specifiche per la sua gestione ottimale. Meglio dedicarsi
al prolungamento della filiera, alla commercializzazione o alla
trasformazione, all’impiego razionale delle risorse, lasciando
la parte più costosa della meccanizzazione ai professionisti;
meglio limitare gli investimenti a ciò che può venire impiegato
tutti i giorni e che non sarebbe conveniente delegare.
La meccanizzazione si sta estremizzando verso il polo della
specializzazione (ortofrutticoli, vite e colture di pregio), che ancora
offre la possibilità di poter essere gestito in proprio, e quello
delle colture di pieno campo, dove contano la tecnologia
e la produttività e dove più si esplica l’attività agromeccanica.
Quando, di fronte alla diminuzione degli esemplari acquistati,
si dice che gli incentivi alla meccanizzazione hanno drogato il
mercato, si tende a trascurare questa evoluzione dell’agricoltura
(non solo italiana): gli aiuti, per quanto suddivisi in varie
tipologie di intervento, sono indispensabili per sostenere il
progresso. Ammortizzare investimenti da mezzo milione di
euro non è facile, in una realtà agricola frammentata come la
nostra: se in altri paesi il processo di accorpamento è stato più
efficace, in Italia gran parte delle aziende ha un volume d’affari
che non consente di investire.
In questo quadro, la presenza capillare delle imprese agromeccaniche
ha consentito alle aziende agricole di incrementare la
loro competitività, attraverso la fornitura di servizi qualificati,
di mezzi tecnicamente avanzati e di personale specializzato
e questo è avvenuto anche grazie agli incentivi varati dal
governo.
L’atteggiamento di apertura verso le forze più dinamiche che si
muovono nel nostro sistema agroalimentare ha compensato,
sul mercato nazionale delle macchine agricole, la diminuzione
dei numeri con l’aumento del valore unitario, proprio grazie agli
investimenti fatti dalle imprese agromeccaniche.
Gli attuali incentivi – dai bandi regionali per l’innovazione al
credito d’imposta 4.0, dai bandi Ismea a quelli gestiti dall’Inail
per la sicurezza sul lavoro – hanno permesso anche agli agromeccanici
di inserire tecnologia nel sistema, a vantaggio di
tutti gli agricoltori, compresi quelli meno orientati al progresso.
L’avvicinarsi della scadenza di gran parte di queste indispensabili
provvidenze ci spinge pertanto a chiedere alla politica un
impegno concreto per il futuro, per non rischiare di interrompere
il processo già avviato.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








