G7 agricolo un’occasione da non perdere

Il G7 Agricoltura, che si svolge in questi giorni sull’isola di
Ortigia, in un contesto geografico legato alle origini delle civiltà
del Mediterraneo, dalle quali sono nati i valori fondanti
della società moderna, sarà la migliore occasione per ripensare
il ruolo dell’agricoltura.
Il G7, organismo internazionale a cui partecipano Italia, Francia,
Germania e Gran Bretagna per l’area europea, oltre a Giappone,
USA e Canada, è collegato al ben più ampio G20, che rappresenta
ormai, con gli ultimi allargamenti, oltre due terzi della
popolazione mondiale. In questo ambito i problemi interni ai
singoli paesi diventano trascurabili, a fronte della necessità di
nutrire in modo sano e sostenibile gli attuali 7 miliardi di esseri
umani che popolano il pianeta, in costante aumento, evitando
che le tensioni sul cibo possano creare nuove instabilità.
Il tema è particolarmente caldo per quelle aree del mondo dove
il tenore di vita è mediamente più alto e dove l’agricoltura deve
restare una fonte di reddito e rifornire le filiere alimentari, ma
lo è anche per i paesi più poveri, incapaci di sostenere i propri
bisogni se i prezzi sono troppo elevati.
Il problema, come spesso accade, è che, anche nelle situazioni
apparentemente più omogenee, convivono condizioni di vita
opposte: il ricco Epulone è circondato da concittadini in difficoltà,
così come il povero Lazzaro vede sfilare davanti a sé il lusso
e l’opulenza di chi “ce l’ha fatta”. La geografia del mondo, con i
suoi estremi e le sue ingiustizie, è più vicina di quello che pensiamo:
accanto al viticoltore di successo, con i suoi vigneti da
1 milione all’ettaro, c’è il cerealicoltore che da vent’anni fattura
sempre gli stessi 1.000 €/ha, euro più, euro meno.
Entrambi i prodotti sono parte delle eccellenze alimentari che
hanno reso celebre l’Italia: il “nettare degli dei”, come veniva
definito poeticamente il vino, non è da meno rispetto a tutto ciò
che deriva dal grano e dai cereali panificabili, anche se il prodotto
di base ha un valore molto diverso. Qui sta la vera difficoltà,
perché se il “terroir” è un valore universalmente riconosciuto
per il vino che, non dimentichiamolo, si fa (anche) in cantina,
perché non lo dovrebbe esserlo per altri prodotti trasformati
come l’olio, la pasta o i prodotti da forno?
È bene premettere che la protezione dei mercati interni è vietata
dai trattati europei: è di questi giorni la sentenza di condanna
dell’Ungheria per avere cercato, nel difficile anno 2020, di garantire
i propri approvvigionamenti alimentari. La valorizzazione
dei prodotti agricoli è l’unica arma che consente di uscire dalla
logica della “commodity”: beni di impiego universale, senza alcun
legame con il territorio, come petrolio, gas, minerali, cereali,
oleaginose, che si possono trovare ovunque e al miglior prezzo.
Più difficile è sostenere il collegamento al territorio, sul quale
si dovrebbe adottare un approccio più operativo: si può fare
ottima pasta italiana anche aggiungendo una piccola quantità
di grano di importazione, se questo aiuta a migliorare le caratteristiche
del prodotto. La logica del “100%”, se è fondamentale per
valorizzare il prodotto, può diventare un’arma a doppio taglio:
se in una certa annata i prodotti agricoli sono danneggiati da
qualche parassita, per quell’anno si rischia di perdere l’intera
produzione e con essa anche il favore del cliente.
L’iniziativa legislativa per rendere più trasparente il mercato
e tracciare produzione e stoccaggio dei cereali, meglio nota
come “Granaio Italia”, ha avuto un iter lungo e tormentato (quasi
5 anni), risolto solo grazie alla tenacia del governo e del ministro
Lollobrigida. La politica internazionale ha sempre favorito
gli accordi sul libero scambio, così come l’Unione Europea, i
cui trattati costitutivi si fondano sulla libera concorrenza: se si
vogliono valorizzare i prodotti primari non esistono alternative
al collegamento con le filiere alimentari. Non dobbiamo dimenticare
che la politica comunitaria, fin dalla riforma del 1992,
ha sempre perseguito questi obiettivi e stanziato fondi ingenti
per integrare i redditi agricoli con il fine ultimo di consentirne
l’adattamento al libero mercato.
Come rappresentanti delle imprese agromeccaniche riteniamo
giusto rivendicare i meriti che esse hanno nella riduzione
degli oneri legati alla meccanizzazione e all’innovazione in
agrcoltura, mettendo a disposizione degli agricoltori ciò che
gli stessi non avrebbero potuto acquistare in proprio. Quelle
stesse macchine che i partecipanti al G7 ammirano sull’isola di
Ortigia, in realtà sono e saranno destinate ad essere impiegate
prevalentemente dai contoterzisti agricoli: sicuramente ne
terranno conto nella programmazione dei rispettivi sistemi
produttivi agricoli.
In particolare, deve essere ben chiaro che il lavoro agromeccanico
si fonda su un rapporto equilibrato fra il capitale (macchine
e attrezzature), la conoscenza e il lavoro, gestiti con la professionalità
di chi vive di agricoltura, piuttosto che sulla prestazione
di servizi non qualificati, aspetto che andrà chiarito in sede di
applicazione del decreto agricoltura.

• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI