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I teologi medievali sostenevano che l’errore è strettamente
connaturato alla natura umana, a partire dagli atti di insubordinazione
dell’uomo verso le divinità che dominavano
le civiltà antiche, con le inevitabili e tragiche conseguenze celebrate
dalla tragedia greca. Non c’è dubbio che la perfezione
sia fuori della nostra portata e che sia proprio la successione
degli eventi a mutare il quadro precedente, spingendoci quindi
a cambiare opinione dopo avere difeso strenuamente una
posizione insostenibile: le decine di migliaia di leggi e leggine,
entrate in vigore dopo il “taglio” di qualche decennio fa, attestano
che nulla è più provvisorio di una legge.
Eppure gli stessi teologi sostenevano, proprio a conferma della
loro asserzione, che la ripetizione nell’errore andava oltre la natura
umana – che dovrebbe essere ispirata dalla logica – tanto
da richiamare l’opera di una presenza diabolica e scaricarsi così
dalle proprie responsabilità.
Di esempi del genere è pieno il mondo, così come la Storia; i
conflitti più sanguinosi derivano dalla ripetizione degli stessi
errori e si svolgono, o si chiudono, in modo diverso dal previsto,
perché ogni errore ne produce altri, in una catena che
spesso non lascia né vincitori né vinti. Non dobbiamo quindi
meravigliarci se qualche norma nasce già viziata da errori:
ormai il processo legislativo ci sta abituando a dover attendere
provvedimenti correttivi che si sarebbero potuti evitare con una
semplice rilettura del testo originario.
Ma ciò che determina le maggiori tensioni sociali è quando una
legge, o una sua parte, nasce con il deliberato proposito di aiutare
qualcuno in particolare, o senza tener conto del contesto
oggettivo di intervento, il più delle volte non come risultato di
una iniziativa parlamentare, ma come azione di lobby sviluppatasi
fuori dalle sedi istituzionali. In questi casi può capitare che il
sostegno ad una categoria di cittadini finisca indirettamente per
danneggiarne altre, in un gioco in cui intervengono logiche, a
volte, di tipo elettorale; logiche fondate su scambi in cui il presunto
beneficiario rischia di ritrovarsi con un pugno di mosche.
L’ultimo, per ora, è stato il provvedimento d’urgenza sul credito
d’imposta sugli acquisti di gasolio, che sia in prima battuta (decreto
legge) che in seconda (conversione) riserva il beneficio
alle sole imprese agricole: un errore nato ancora una volta da
logiche di corridoio.
La norma infatti, pur richiamandosi ad un principio comune e
oggettivo – il carburante agevolato che viene concesso a tutti
i soggetti che operano nella filiera agricola e impiegato nello
svolgimento di attività agricole – introduce due pesi e due misure;
una caduta di stile per il governo, ma soprattutto un grave
errore strategico. La produzione agricola vede la coesistenza
di più figure che collaborano per un comune obiettivo, che
comprendono sia le imprese agricole che le imprese agromeccaniche,
che da sole consumano circa un terzo del gasolio
agricolo assegnato in agricoltura.
Ma dove lavorano gli agromeccanici, e per chi? Solo ed esclusivamente
per le aziende agricole, per fornire loro quell’apporto di
lavorazioni che solo una minima parte degli agricoltori decide
di svolgere in proprio. Concedere il credito d’imposta sul gasolio
alle sole imprese agricole significa, di fatto, solo aumentare il
costo di produzione di una quota corrispondente: negare l’aiuto
su un terzo dei consumi di carburante corrisponde ad un
incremento dei costi energetici, per l’impresa agricola, del 50%!
In una fase iniziale l’impresa agromeccanica ha visto incrementare
i propri costi, che vanno ad aggiungersi quelli anticipati per
altre voci, ma a fine anno, quando l’agricoltore è solito saldare
i conti (altro mistero italiano), troverà un’amara sorpresa di cui
dovrà ringraziare solo il governo.
Gli agromeccanici, dalla pubblicazione del d.l. 33, stanno studiando
le possibili contromisure per recuperare gli aumenti dei
costi energetici, una tendenza che prendendo piede anche in
altri paesi dell’Unione europea. Un’azione legittima e indispensabile
per imprese obbligate a conservare la propria integrità
tecnica e patrimoniale, garantire un futuro ai giovani che ne
fanno parte e per salvaguardare l’occupazione: pazienza, a
questo punto, per lo Stato che incasserà minori imposte per
la contrazione dei redditi. Ma con quale soddisfazione? Quella
di aver dovuto mettere in difficoltà i propri clienti – un milione
di agricoltori, se vogliamo usare i numeri – dovendo chiedere
loro un adeguamento dei maggiori costi energetici, che invece
avrebbe dovuto essere concesso da una politica fiscale di
respiro più ampio.
Come agromeccanici continuiamo a chiedere un intervento diretto
e risolutivo del governo per ripristinare le regole già adottate
nella precedente crisi – quella del 2022-2023 – estendendo
il credito d’imposta a tutte le imprese legittimate all’impiego dei
carburanti agricoli, per garantire parità di condizioni a tutte le
aziende agricole.
• Gianni Dalla Bernardina
Presidente CAI Agromec








